triangolo della salute

« all'indice del glossario

considerazioni

Se affrontiamo il problema stress dal punto di vista della riduzione della dispersione energetica e dell’incremento delle risorse disponibili, non possiamo esimerci dal mantenere una visione olistica del disagio individuale, che si traduce, da un punto di vista “clinico” nell’applicare una valutazione multidimensionale al problema.

L’idea di fondo che guida il professionista in Kinesiologia Transazionale® è che sia necessario equilibrare i differenti “pilastri” che sostengono il benessere in modo proporzionale; già nel 1895 il chiropratico americano Daniel David Palmer ipotizzava che il corpo fosse governato da tre sistemi in grado di condizionarsi vicendevolmente: la “struttura”, caratterizzata dalla componente muscolo-scheletrica, la “chimica organica”, cioè quell’insieme di funzioni metaboliche influenzate dall’ambiente, e la “psiche”, l’insieme dei sistemi di credenza, delle rappresentazioni mentali della realtà e dell’attitudini relazionali.

Per poter essere in buona salute, i tre fattori dovrebbero bilanciarsi reciprocamente, formando un triangolo equilatero detto il “triangolo della salute”: quando un qualsiasi evento provoca un’interferenza su una qualunque di queste fondamenta del ben-essere, si avranno ripercussioni sugli altri due lati del triangolo.

D’altra parte questo può essere un importante viatico per comprendere che non sempre le manifestazioni fisiche sono espressione di una lesione strutturale o che gli stati di disagio emotivo non risentano delle influenze biochimiche: la ricerca sulle funzioni cerebrali ci ha portato a capire che certe manifestazioni “psicologiche”, come la depressione o la schizofrenia, siano riconducibili a carenze biochimiche come la ridotta produzione di dopamina; allo stesso modo, uno stato di ansia o la presenza di angoscia possono essere responsabili di disturbi posturali. Questi sono, ovviamente, solo alcuni piccoli esempi dell’influenza che ogni ambito può avere sulle altre componenti: l’interrelazione è talmente radicata che i sintomi che manifestiamo possono mimare un problema posturale, nascondendo uno squilibrio emotivo o biochimico; i disagi emozionali divengono l’espressione della somatizzazione dei traumi fisici irrisolti o la conseguenza di comportamenti come le dipendenze. In altri casi, la ricerca di confort food, disfunzioni gastro intestinali oppure la presenza di squilibri metabolici si rivelano essere l’espressione di difficoltà relazionali, idee fisse o addirittura di stati depressivi.

La ricerca, l’individuazione, l’eliminazione delle cause alla base dei problemi di salute, dovrebbe essere la priorità di ogni operatore del ben-essere, evitando di focalizzarsi solamente sui sintomi, permettendo quindi al corpo di raggiungere il benessere: uno strumento fondamentale per distinguere le esigenze prioritarie, per il professionista di Kinesiologia Transazionale®, è il test muscolare; grazie all’utilizzo di questo “indicatore neurologico” è possibile verificare la presenza di agenti biocidici, elementi in grado di mandare sotto stress l’organismo, riducendo la capacità di fronteggiare il sovraccarico.

Identificare spine irritative e cofattori eziologici o ricercare le priorità nell’ambito della multifattorialità sono solo alcune delle possibilità offerte da questa metodologia; anche nel caso in cui non si potesse agire sugli elementi causali o sui fattori scatenanti, rafforzare i lati del triangolo su cui è possibile intervenire, nonostante non rigeneri l’equilateralità, permette di puntellare e sostenere il corpo nell’affrontare gli squilibri.

il lato “strutturale”

Già Decimo Giunio Giovenale, poeta romano, ci ricordava che «mens sana in corpore sano», riprendendo l’idea proposta da Aristotele, che corpo e anima debbano crescere e svilupparsi insieme, in armonia; oggi si tende ad attribuire alla frase un senso differente: si vuole sottolineare che la nostra mente (anima) possa essere in armonia solo in un corpo sano, in virtù dell’unità psicofisica, cioè del fatto che, appunto, non esista una separazione fra la parte “spirituale” del corpo e quella “terrena” o “materiale”.

Da un punto di vista pratico, le discipline olistiche come la Kinesiopatia® o il Cranio-Sacral Repatterning® dispongono di molteplici tecniche di riequilibrazione, in grado di intervenire sui disallineamenti posturali o sulla disarmonia corporea: ancora una volta la ricerca delle priorità, focalizza l’attenzione dell’operatore all’integrazione e alla riarmonizzazione del corpo, che non viene visto come un insieme di parti meccaniche, ma come una tensostruttura, una entità dotata di tensegrità e resilienza in grado di interagire dinamicamente con l’ecosistema in cui si vive. Il sistema osteo-artro-miologico deve essere visto come un effettore del sistema nervoso, uno strumento che permette non solo di muoversi, ma di esprimere chi siamo e di relazionarci con l’ambiente e le persone che ci circondano e con cui ci relazioniamo: ogni limitazione alla libertà di movimento, al cosiddetto R.O.M., esprime un atteggiamento antalgico che, se da un lato ci protegge dal provare nuovamente sofferenza, dall’altro ci impedisce di progredire e di lasciarci alle spalle il passato per muoverci liberamente verso il futuro.

La «disparità soggettiva fra le risorse che riteniamo di possedere e le richieste che pensiamo ci vengano fatte» si esprime, sul piano somatico e posturale, attraverso limitazioni che sottraggono energia al corpo e che impediscono di fronteggiare con successo lo stress: l’utilizzo di challenge kinesiologici per identificare e rimuovere i blocchi energetici o l’ascolto attivo, per riconoscere la presenza di significance detector, sono alcuni fra gli strumenti per affrontare lo stress in modo vincente.

il lato “biochimico”

Mentre risulta di facile comprensione il concetto di “struttura”, mentre possono essere evidenti distorsioni o squilibri che colpiscono la “fisicità” del corpo, il “lato biochimico” della vita è ancora misconosciuto dai più: i primi studi sulla chimica biologica risalgono a metà del ‘800 e il nome biochimica è stato coniato formalmente solamente nel 1903 da Carl Neuber, un chimico tedesco. Anche se a partire dalla metà del XX secolo questa branca della chimica ha fatto grandi passi in avanti, ancora oggi risulta difficile associare un disturbo ad una dis-funzione, che non sia connessa ad una alterazione morfologica: il concetto di «sine materia», ossia della presenza di una patologia in assenza di un danno evidente, strutturale è ancora ostico per i più.

Eppure già nel 1862, Ludwig Feuerbach pubblicava un famoso libro, dal titolo «Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia», dove sosteneva che «… siamo ciò che ingeriamo …», «La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza»; nonostante in queste parole risuonasse anche un manifesto politico, l’idea di una stretta relazione fra alimentazione ed aspetto fenotipico o, all’opposto, fra malattia e carenze nutrizionali pervade da sempre la “scienza medica” da Galeno fino a Paracelso per arrivare ai giorni nostri (1912), con la “scoperta” delle vitamine da parte del biochimico polacco Kasimir Funk.

Oggi, riconosciamo sempre più spesso che la biochimica deve essere considerata un elemento cardine del benessere, rivalutando il concetto di “nutrizione terapeutica” che pervade la storia dell’uomo: come sempre pensiamo di aver fatto un passo verso il futuro, di aver scoperto la “nutriceutica”, ovvero una scienza “contemporanea” che ricorre all’utilizzo di integratori alimentari, complessi vitaminici, principi nutrizionali ed alla fitoterapia, per curare le “patologie dis-funzionali”, dimenticando che già i persiani, i cinesi, gli egizi o i maya utilizzavano ricette, del loro “passato” basate su questi elementi. Non che allora non ci fosse una componente di “magia” e superstizione, mentre oggi possiamo appoggiarci sulle “conferme scientifiche”, ma la radice rimane la stessa.

Le conoscenze attuali ci permettono di comprendere che il «sine materia», il dis-funzionale è in realtà l’espressione delle “patologie di confine”, delle alterazioni funzionali a livello cellulare o delle sub-strutture molecolari. Le somatizzazioni possono essere sempre più definite come un fenomeno inconscio di coinvolgimento sintomatologico del corpo fisico, mediato dalla biochimica, dovuto a modificazioni degli equilibri della psiche, cioè dalle sensazioni, dalle emozioni e dai sentimenti: in questo contesto per ”psiche” intendiamo parlare della “anima”, dal greco ψυχή, connesso a ψύχω ( → respirare, soffiare), della nostra percezione e delle modalità o dei processi che ci consentono di avere esperienza di noi stessi e del mondo.

La capacità di “scoprire” o “identificare” possibili necessità “nutrizionali”, quali sostanze possano svolgere un ruolo biogenico o biodinamico o, all’opposto, esercitare un’azione biocidica sull’organismo è un atout che il professionista in Kinesiologia Transazionale® può giocare, nella partita che lo stress intavola: il test muscolare, ancora una volta, diventa uno strumento discriminante, in grado di bypassare le convinzioni “terapeutiche” e ricercare quali alimenti possano contribuire alla creazione della forza vitale, possano agire come adattogeni o siano in grado di rafforzare la stamina individuale.

il lato “emotivo”

Ciò che crediamo, le idee che ci facciamo della realtà, i preconcetti che condizionano la nostra socialità sono tutti elementi che influenzano il modo di relazionarci con ciò che ci circonda o che ci accade; la percezione del nostro microcosmo interiore o dell’universo in cui viviamo è vincolata da questi filtri, creando sensazioni, emozioni e sentimenti.

Le pressioni a cui siamo sottoposti, i vincoli che spesso ci legano, sono il frutto di queste dinamiche e, allo stesso tempo, le radici che nutrono lo stress: l’arousal causato dalle pressioni emozionali e sociali induce atteggiamenti comportamentali che normalmente vengono inquadrati sotto la cosiddetta “fight-or-escape response”; l’effetto di questa cascata di eventi è una ridistribuzione dell’energia corporea, mediata anche da profonde modificazioni della circolazione sanguigna; si osserva un blood-shift, uno spostamento del sangue dalla superficie corporea verso distretti più profondi e, soprattutto, prioritari per la sopravvivenza dell’individuo.

Tanto nel caso in cui venga attuata una strategia di gestione immediata dello stress, derivante da un orizzonte temporale limitato, quanto nel management del “sovraccarico” a lungo termine, l’ottimizzazione delle risorse passa attraverso una redistribuzione del sangue verso distretti considerati prioritari per la sopravvivenza dell’organismo. Cuore, reni, cervello sono le aree che ricevono la maggior attenzione dal sistema nervoso, essendo fondamentali per pompare l’energia, garantire l’equilibrio biochimico del milieu interiéur, ed interagire con gli stimoli interni o esterni: la risposta neurologica è finalizzata a trovare il miglior compromesso possibile fra le richieste cui si è sottoposti e le risorse disponibili; per quello che riguarda, però il sistema encefalico e spinale, non tutte le regioni assumono uguale importanza per la sopravvivenza e la risposta allo stress.

All’aumentare delle pressioni, sociali o ambientali cui siamo sottoposti, il sistema nervoso disattiva le aree non immediatamente necessarie, per favorire la velocità di reazione; i capillari sanguiferi, presenti nel sistema nervoso, non hanno semplicemente il compito di supportare metabolicamente i fabbisogni neuronali ma per effetto del cosiddetto “neurovascular coupling” (accoppiamento neuro-vascolare) sono in grado di reagire agli stimoli e modulare la funzionalità del sistema nervoso stesso: la diffusione del sangue all’interno dei distretti cerebrali influenza l’attivazione o la riduzione di attività, in particolare delle regioni encefaliche. Questo fenomeno assume un ruolo rilevante nei meccanismi di interazione con lo stress e nel coinvolgimento di differenti aree nelle risposte adattative (anche alla luce della diversa attivazione delle strutture arcaiche del cervello, rispetto a quelle più moderne) e nella gestione degli eventi che coinvolgono situazioni di pericolo o di dolore.

Essendo lo stress codificato sotto i termini di scelta istintuale “lotta-fuga-mimetismo-sopravvivenza”, le aree coinvolte nel controllo circolatorio sono prioritariamente l’Ipotalamo ed i centri sottocorticali che tendono a escludere il predominio della corteccia cerebrale, dando maggior spazio a quella serie di comportamenti, che spesso definiamo istintivi o intuitivi, che, in certe condizioni, possono divenire il fattore che ci mantiene imprigionati nelle dinamiche difensive di allarme o vigilanza.

Attraverso specifiche tecniche di reset, in grado di “de-attivare” lo stato di ipereccitazione neuro-vegetativa che sottostà ai fenomeni disfunzionali, è possibile interrompere i “programmi per la sopravvivenza”, che rimangono attivi, pur non essendo più idonei al contesto, e riportare il sistema alle condizioni di funzionamento ottimale, prevenendo possibili burn-out o forme di esaurimento.

Le tecniche di reset sono in grado di sovvertire il perpetuarsi di loop, disinnescando la reiterazione di programmi “istintivi”: la risposta difensiva è controllata prevalentemente dalla dominanza del sistema limbico, come reazione all’ansia o alla paura oppure a situazioni di disagio emotivo che assumono il predomino sulla componente “corticale”, in grado di ponderare le reazioni; talvolta lo stato di stress è talmente sopraliminale da riportare le persone a regredire a manifestazioni “primitive”, dominate dall’influenza del cosiddetto “R-Complex”.

Tecniche di normalizzazione del ritmo cranio-sacrale, ed in particolare il “reset temporo-vascolare”, utilizzate nel Cranio-Sacral Repatterning® o la stimolazione dei riflessi di Bennett, in grado di agire sull’equilibrio neuro-vascolare, di cui ci si avvale nella Kinesiologia Transazionale®, sono strumenti fondamentali per il professionista del ben-essere per “normalizzare” le risposte dell’organismo.

« all'indice del glossario