oggettività o soggettività:
la nostra realtà come unica verità

dall’inclinazione al preconcetto

Termine che indica la presenza di un errore sistematico: la traduzione letterale dall’inglese potrebbe essere «inclinazione», sottolineando la predisposizione al preconcetto o al pregiudizio.

Il verbo biasier (→ inclinarsi, rendere obliquo, tergiversare) ci aiuta a comprendere l’origine del termine potendo far risalire l’etimologia al francese «biais» (→ linea obliqua o diagonale), termine utilizzato per descrivere «un’inclinazione, una pendenza, qualcosa obliquo, laterale, di traverso», probabilmente derivata dal latino (e)bigassius, dal greco ἐπικάρσιος (epikarsios → di traverso); è interessante notare che nel gioco delle bocce, era un termine tecnico usato in riferimento a palline realizzate con un peso maggiore su un lato, che le faceva curvare verso un lato: da qui l’uso figurativo del termine bias per descrivere «una tendenza unilaterale della mente» e dapprima, specialmente nel diritto, una «indebita propensione o pregiudizio».

Herbert Spencer, filosofo britannico di impostazione liberale, teorico del darwinismo sociale, nel suo libro «The Study of Sociology» del 1873, utilizza il termine bias come sinonimo di pregiudizio, scrivendo:

«Il pregiudizio dell’istruzione, il pregiudizio delle relazioni di classe, il pregiudizio della nazionalità, il pregiudizio politico, il pregiudizio teologico: questi, aggiunti alle simpatie e antipatie costituzionali, hanno molta più influenza nel determinare le convinzioni sulle questioni sociali di quanto ne abbia la piccola quantità di prove raccolte.»

Già nel 1620, Francis Bacon, filoso inglese, nel suo libro «Novum Organum», scriveva:

«The human understanding is no dry light, but receives an infusion from the will and affections; whence proceed sciences which may be called “sciences as one would.”

For what a man had rather were true he more readily believes.

Therefore he rejects difficult things from impatience of research; sober things, because they narrow hope; the deeper things of nature, from superstition; the light of experience, from arrogance and pride, lest his mind should seem to be occupied with things mean and transitory; things not commonly believed, out of deference to the opinion of the vulgar.

Numberless, in short, are the ways, and sometimes imperceptible, in which the affections color and infect the understanding

di seguito la traduzione interpretativa di Francesco Gandolfi

«La comprensione umana non è espressione di una visione chiara ed imparziale della realtà, ma riceve l’influsso della volontà (arbitrio) e dei sentimenti (affetti): questa può essere considerata l’origine della scienza, che pertanto dovrebbe essere chiamata “la scienza che vorremmo”.

Perché l’uomo crede più facilmente che sia vero ciò che preferisce considerare vero.

Di conseguenza, quando ricerca, rifiuta le cose difficili, a causa delle propria impazienza; (rifiuta) l’attitudine seria, perchè riduce le aspettative e le speranze; rifiuta le verità più profonde della natura, preferendo la superstizione; (rifiuta) la luce dell’esperienza, perchè dominati dall’arroganza e dall’orgoglio, evitando il rischio che possa sembrare che la mente sia occupata da pensieri di poca cosa, squallidi e di corto respiro; (rifiuta) ciò che non viene considerato normale e creduto da tutti, che non viene ritenuto meritevole di rispetto dalla gente comune.

I modi attraverso cui il sentire colora e contamina, talvolta impercettibilmente, la comprensione, sono innumerevoli.»

oggettività e soggettività

Il concetto di bias assume un certo rilievo quando ci si debba confrontare con le modalità attraverso cui ci relazioniamo con la realtà: difficilmente il percepito attraverso i recettori non subisce qualche forma di selezione, integrazione, elaborazione, prima di divenire sensazione, sentimento o emozione, creando una significativa dicotomia fra l’oggettivo, cioè «ciò che è reale» e il soggettivo, ovvero «ciò che noi pensiamo sia vero»; il solco fra queste due differenti visioni di noi («milieu intérieur» e “consapevolezza del sé”) e di ciò che  è altro da noi (ambiente esterno, inclusi gli “altri”) si approfondisce viepiù con l’apparire dello stress, che incrementa il distacco dal realismo.

Ogni volta che entra in scena lo stress, questo convitato di pietra diventa il regista della trasformazione dell’oggettività, che diviene intangibile, in una recita che la nostra mente apparecchia a nostro uso e consumo, per plasmare ciò che i nostri sensi colgono, dandogli la forma che la nostra mente pensa: la dissociazione dalla realtà, spesso, non è l’espressione di una patologia, ma semplicemente il frutto di un meccanismo adattativo che ci vuole allontanare dalla sofferenza e dalla paura.

Il «noli me tangere» (S. Giovanni – 20, 17), che inconsapevolmente il nostro inconscio utilizza come un mantra, rappresenta il tentativo di non entrare in contatto non solo sul piano fisico ma, soprattutto, su quella che consideriamo la nostra parte debole, le nostre emozioni, trasformando il «non mi toccare» in «non mi turbare».

Vorremmo essere come la Beatrice dantesca e non essere toccati dalla miseria quotidiana ed essere al sicuro da ciò che potrebbe farci del male:

«Temer si dee di quelle sole cose
Ch’hanno potenza di fare altrui male:
Dell’ altre no, che non son paurose.
Io son fatta da Dio, sua mercè, tale,
Che la vostra miseria non mi tange,
Nè fiamma d’esto incendio non m’assale.»
[Dante – “Commedia” (Inferno Canto II: 88,93)]

Il professionista olistico, nel suo compito di sostegno e supporto a chi manifesta gli effetti somato-emozionali di questo dis-confort e dis-stress, non può esimersi dal prendere in considerazione questo aspetto non secondario: essere convinti di fare qualcosa, ad esempio, non corrisponde a farlo effettivamente, così come l’idea che abbiamo degli eventi, spesso è solo la nostra idea; la necessità di resettare, mettere un punto a capo, che aiuti a “rientrare in sé” è un passo imprescindibile nel cammino verso un maggiore ben-essere.

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